Il campo largo delle poltrone e la sinistra che non c'è
La sinistra italiana ha finalmente trovato un argomento sul quale discutere con autentica passione: chi debba diventare Presidente del Consiglio. Con quale programma e, soprattutto, per fare che cosa, resta da stabilire. Ma sono dettagli. Prima viene la poltrona. Il Paese può aspettare.
L'ultima rappresentazione è andata in scena a Roma, alla festa del Manifesto, dove i protagonisti del cosiddetto campo largo hanno esibito la loro unità. Tutti d'accordo nel mandare a casa Giorgia Meloni. Sul resto, dissenso garantito.
Il programma? In preparazione. La politica estera? In discussione. La leadership? In contestazione. Le primarie? Da organizzare, possibilmente senza che qualcuno le vinca.
Un capolavoro di ingegneria politica: si assegnano le camere, si litiga su quella padronale e soltanto dopo ci si domanda se esistano le fondamenta.
Elly Schlein ha denunciato che da quando è stata eletta segretaria del PD hanno tentato di commissariarla, scalarla e farla fuori. Chissà perché! Eppure, ha assicurato, è ancora lì. Notizia rassicurante per lei, meno decisiva per gli italiani.
La sua concezione del pluralismo sembra piuttosto singolare: chi dissente rischia di essere arruolato tra i congiurati (intanto il partito, sotto la sua poco illuminata guida, continua a perdere pezzi). Ha perfino spiegato che non si vince al centro, dimenticando forse che per governare occorre conquistare una maggioranza, non soltanto gli applausi della propria platea.
Il PD, nato per riunire culture differenti, sembra ormai considerare il pluralismo una splendida cosa, purché nessuno osi praticarlo.
Giuseppe Conte, invece, è un autentico prodigio della politica italiana. Ha governato prima con Salvini e poi con il PD, passando da una maggioranza all'altra con la naturalezza con cui altri cambiano la cravatta. Oggi si presenta come custode della purezza progressista.
Conte non cambia idea: cambia contesto. E ogni volta spiega, con impeccabile gravità professorale, perché la posizione attuale sia l'unica responsabile.
Ha dichiarato che una terza esperienza da presidente del Consiglio non gli aggiungerebbe nulla. Un'affermazione commovente per modestia, pronunciata mentre insiste sulle primarie per scegliere il futuro premier. Evidentemente non desidera Palazzo Chigi. Pretende soltanto che gli italiani abbiano la possibilità di pregarlo di tornarci.
Su Renzi assicura di non porre veti, ma chiede garanzie sulla sua presenza nella coalizione. Un capolavoro diplomatico: nessuno viene escluso, purché non disturbi il padrone di casa.
Il Movimento Cinque Stelle, nato per demolire la partitocrazia, ne ha appreso rapidamente le tecniche di sopravvivenza. Doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Alla fine ha imparato a conservarcisi dentro, con particolare attenzione alla scadenza delle legislature.
Poi ci sono Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, sacerdoti del dissenso, per i quali la fattibilità delle proposte sembra talvolta un fastidioso dettaglio burocratico.
Bonelli teme che le primarie dividano la coalizione. Curiosa preoccupazione per una compagnia già divisa su quasi tutto. Fratoianni precisa che nel centrosinistra non esistono filoputiniani. Benissimo. Ma anziché distribuire certificati di innocenza ideologica, sarebbe utile spiegare quale politica estera adotterebbe un governo nel quale alcuni vogliono continuare a sostenere militarmente l'Ucraina e altri interrompere le forniture.
La pace non è una parola magica. E ripeterla più forte degli altri non costituisce una strategia diplomatica.
A completare il quadro c'è Matteo Renzi, contemporaneamente risorsa elettorale, problema politico e ospite indesiderato. Il grande rottamatore dimostra ancora una volta la straordinaria capacità di rientrare dalla finestra delle trattative dopo essere stato accompagnato alla porta delle dichiarazioni pubbliche.
Il risultato è una coalizione nella quale ciascuno diffida degli altri, ma tutti temono ancora di più di perdere le elezioni correndo separatamente. Un matrimonio collettivo celebrato non per amore, ma per paura di restare senza sistemazione.
Dietro questa commedia delle ambizioni, però, si nasconde una tragedia politica: la dissoluzione di una cultura che aveva rappresentato una delle grandi forze di emancipazione civile e sociale del Paese.
La sinistra italiana aveva radici nel socialismo democratico, nel movimento operaio, nel riformismo, nella difesa del lavoro e nella conquista dei diritti. Aveva uomini capaci di discutere di economia, istituzioni, sviluppo industriale e giustizia sociale. Potevano sbagliare, e spesso sbagliavano, ma sapevano distinguere un progetto politico da una spartizione di incarichi.
Oggi l'intera elaborazione ideale sembra ridotta a una formula: mandare a casa Giorgia Meloni.
Obiettivo legittimo per un'opposizione. Ma, una volta mandata a casa Meloni, bisognerebbe sapere che cosa fare dell'Italia.
Quale politica industriale propone questa coalizione? Come intende affrontare la crisi della sanità, la precarietà del lavoro, l'impoverimento del ceto medio, l'emigrazione dei giovani e l'abbandono del Mezzogiorno?
Qualche proposta esiste. Il salario minimo, la scuola, la sanità sono temi reali. Ma enunciare obiettivi condivisibili non significa possedere un programma di governo: servono strumenti, coperture finanziarie, priorità e capacità di scegliere.
Il populismo, invece, ha un vantaggio formidabile: promettere costa poco, ma mantenere le promesse richiede competenza e, talvolta, il coraggio di perdere qualche voto.
Il PD ha smarrito la capacità di parlare al mondo produttivo, professionale e popolare che non chiede rivoluzioni verbali, ma opportunità concrete. Schlein sembra confondere il radicalismo del linguaggio (il suo, peraltro, è per lo più nebuloso quando non sconnesso) con una politica sociale e l'indignazione permanente con una politica economica.
Il Sud, intanto, continua a essere evocato nei programmi e visitato durante le campagne elettorali. Si parla di sviluppo senza affrontare le carenze infrastrutturali, di occupazione senza una strategia industriale, di giovani senza creare le condizioni per trattenerli. Il Mezzogiorno resta troppo spesso un serbatoio di voti anziché una parte essenziale del futuro nazionale.
E mentre cresce l'astensionismo, questi dirigenti preferiscono attribuirlo all'antipolitica o all'ignoranza degli elettori. Ammettere che il non voto possa rappresentare un giudizio severissimo sulla loro offerta politica richiederebbe un'autocritica che, da quelle parti, sembra merce rara.
La sinistra dovrebbe invece riscoprire il riformismo autentico, quello della tradizione socialista e socialdemocratica europea, che considera la politica uno strumento di trasformazione concreta della società: riformismo significa conoscere i problemi, individuare soluzioni praticabili, misurarne i costi e assumersene la responsabilità. Significa conciliare libertà individuale e giustizia sociale, valorizzare impresa e lavoro, tutelare i diritti senza dimenticare i doveri. Significa avere una visione della società, che non può essere sostituita dall'antifascismo declamato a ogni occasione, dal moralismo selettivo o dall'abitudine di trasformare qualunque questione in un referendum su Giorgia Meloni.
L'antifascismo è un fondamento della democrazia, non un espediente propagandistico né un certificato di superiorità morale.
Naturalmente, questo non assolve la destra dalle sue contraddizioni e dalle promesse irrealizzate. Proprio per questo servirebbe un'opposizione seria, capace di controllare il potere e di proporsi come alternativa credibile. Non una compagnia che scambia l'indignazione quotidiana per una strategia di governo.
Il campo largo può diventare larghissimo, accogliere nuove sigle, celebrare primarie e produrre fotografie di gruppo sempre più affollate. Ma non sarà la sua larghezza a determinarne la credibilità. Sarà la qualità di ciò che vi si coltiva.
E, per il momento, la coltivazione più rigogliosa sembra essere quella delle ambizioni personali, concimata quotidianamente da sondaggi, veti e trattative sulle future sistemazioni.
La sinistra italiana non ha bisogno di un nuovo capo da incoronare, ma di una cultura politica da ricostruire. Non di un nemico da indicare ogni mattina, ma di un Paese da comprendere.
Perché il problema non è che il campo largo sia troppo stretto per contenere tutti i suoi aspiranti leader. È che, a forza di allargarlo per far posto alle poltrone, non è rimasto quasi più spazio per le idee.

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