Da ‘pesciarola’ a ‘borgatara’: quando l’insulto prende il posto delle idee
C’è un momento in cui la critica politica smette di essere confronto e diventa qualcosa di diverso: la voglia di emergere delegittimando l’avversario attraverso il disprezzo. È il momento in cui le idee passano in secondo piano, i programmi scompaiono dal dibattito e il vocabolario della politica si impoverisce fino a trasformarsi in una sequenza di etichette, caricature ed epiteti.
È quanto accade quando, parlando di Giorgia Meloni, invece di esprimere critiche costruttive sulle scelte della Presidente del Consiglio, si ricorre a espressioni come ‘pesciarola’ o ‘borgatara’, con toni sprezzanti, sulle origini sociali, sul modo di parlare e persino sull'immagine pubblica di una donna che ha raggiunto la più alta carica di governo.
A questo punto la questione va ben oltre Giorgia Meloni e le appartenenze politiche. Perché una democrazia che si rispetti dovrebbe saper distinguere tra la critica, anche durissima, a chi governa e la derisione della persona sulla base della sua estrazione sociale.
Certamente si può contestare Meloni senza sconti. Ma perché trasformare la provenienza popolare in un marchio d'infamia?
La parola ‘borgatara’, quando viene usata per umiliare, porta con sé un pregiudizio antico: l'idea che esistano ambienti sociali dei quali si possa provenire con dignità e altri dai quali, invece, si debba quasi chiedere scusa. Come se il linguaggio, l'accento, il quartiere in cui si è cresciuti o le proprie origini costituissero una colpa da espiare.
Ancora peggio quando viene rifilato il termine ‘pesciarola’, che non viene utilizzato per descrivere un mestiere, ma come sinonimo di rozzezza, ignoranza o inadeguatezza. In quel caso, il bersaglio non è più soltanto Giorgia Meloni ma è anche il lavoro umile, è la gente comune, è un mondo sociale che viene dileggiato, deriso.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi pensa di offendere Meloni attraverso queste parole, si rende conto che offende anche tutte quelle persone che non frequentano salotti esclusivi, né parlano facendo attenzione ad usare correttamente le vocali aperte o chiuse oppure attenti alle intonazioni per evitare le "cantilene" regionali, ma sono persone che lavorano ogni giorno, crescono figli e costruiscono con sacrificio il proprio futuro?
Certo, il rispetto non può diventare uno scudo per chi governa. La presidente del Consiglio, come ogni altro esponente politico, deve essere sottoposta al vaglio severo dell'opinione pubblica. Le sue decisioni sull’economia, sulle politiche sociali, sulle scelte in materia di immigrazione, sui rapporti internazionali e le promesse elettorali possono e devono essere discussi, criticati e, quando necessario, contestati con fermezza.
Ci sta, come c’è sempre stata, anche la satira (un tempo elegante, intelligente…bei tempi!), la provocazione e il linguaggio pungente: è la politica! Ma quando il termine è sgradevole è un'offesa, e va messa al bando.
Poi, quando il bersaglio è una donna, in qualsiasi campo, la critica può scivolare facilmente verso giudizi sull'aspetto (troppo grassa-troppo magra), sui modi, sull'abbigliamento, sulla voce e sulla presunta femminilità, che a nulla valgono se non ci sono i contenuti validi per contestare il lavoro di queste donne che comporta responsabilità e tanto altro.
Il punto, dunque, non è ‘assumere la difesa’ di Giorgia Meloni è tanto altro.
C'è, invece, un aspetto che merita particolare attenzione: quanto è inaccettabile e fortemente incoerente che, chi ritiene di battersi contro le disuguaglianze e i pregiudizi e grida rispetto per le persone meno fortunate, poi… utilizza il dileggio quando a rappresentarle è una figura politica che non si condivide.
La dignità sociale appartiene a tutti, al di là del colore politico.
Teniamo a mente, sempre, che l’avversario è certamente un interlocutore da contrastare, ma mai una persona da umiliare.
Il potere deve essere criticato, controllato e, quando necessario, mandato a casa attraverso strumenti democratici. Ma è la critica costruttiva che acquista forza quando si fonda su contenuti validi, non quando ci si rivolge alla denigrazione.
Per giudicare una scelta politica sbagliata (vale per tutti i partiti) è necessaria una preparazione specifica, potere di analisi e conoscenza. Non basta un insulto per contestare un’idea.
A farne le spese, purtroppo, è solo il dibattito pubblico, che si allontana sempre più dai problemi reali dei cittadini e si rifugia nella scorciatoia del disprezzo.

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