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Venerdì 16 Ottobre 2026
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Il labirinto di Garlasco: vent'anni di ombre, errori e verdetti senza pace

Il labirinto di Garlasco: vent'anni di ombre, errori e verdetti senza pace

Ci sono delitti che la giustizia recinta con una sentenza definitiva, ma che il tempo continua a scoperchiare. Il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta di Garlasco il 13 agosto 2007, è diventato il simbolo plastico di come un’indagine possa trasformarsi in un nodo scorsoio per la verità.

Un labirinto di perizie smentite, impronte sfumate, reperti dimenticati e sentenze ribaltate che ha portato a una condanna — quella a 16 anni per l’allora fidanzato Alberto Stasi — attorno alla quale, anziché calare il silenzio, continuano ad addensarsi dubbi.

A distanza di quasi vent'anni, la sensazione di trovarsi di fronte a un puzzle a cui sono state forzate le tessere resta fortissima. E l'evoluzione recente della vicenda dimostra come il capitolo "Garlasco" non riesca a trovare una reale parola fine.

Un’indagine frammentata fin dal primo giorno, e per capire perché il caso si riapra ciclicamente a sorpresa, bisogna tornare ai primi istanti di quel torrido agosto.

La scena del crimine violata. La gestione dei primi rilievi fu costellata di inesattezze e contestazioni, dalle biciclette sequestrate o scambiate fino alle impronte rilevate sulla scena in modo parziale o con metodologie rimaste al centro di accesi dibattiti.

I tempi della morte e l'alibi. L'orario del decesso di Chiara fu ridiscusso più volte, spostando continuamente la finestra temporale per far coincidere — o escludere — la presenza di Stasi nella villetta di via Pascoli.

La camminata pulita. La celebre perizia sulle scarpe di Alberto Stasi, ritenuto colpevole di non essersi sporcato i piedi di sangue pur essendo entrato nella casa, divenne terreno di uno scontro scientifico feroce tra esperti.

Il risultato fu un percorso giudiziario a zigzag senza precedenti: due assoluzioni nei primi gradi di giudizio, l'annullamento della Cassazione e poi, nel processo d'appello bis, la condanna a 16 anni, confermata in via definitiva.

A cadenzare il tutto, investigatori che annaspano e l'incertezza del condannato.

In questo scenario, la figura di Alberto Stasi è rimasta sospesa tra la verità processuale e il dubbio collettivo. Stasi ha espiato gran parte della sua pena (ottenendo l'affidamento in prova ai servizi sociali), continuando a professare la propria innocenza.

Il nodo fondamentale è che la sua condanna non si è fondata su una "prova regina" incontestabile, ma su un castello indiziario raddrizzato al termine di un faticoso iter giudiziario. Quando un'indagine parte con incertezze, ogni elemento ricostruito a posteriori rischia di alimentare ulteriori perplessità.

L'ultimo capitolo: la chiusura delle indagini su Sempio e i nodi mai sciolti

Ciò che rende Garlasco il prototipo del caso mai davvero risolto sono le clamorose novità di cronaca emerse nell'ultimo periodo. La Procura di Pavia ha infatti formalmente chiuso la nuova inchiesta a carico di Andrea Sempio, l'amico del fratello di Chiara, notificandogli l'avviso di conclusione delle indagini con l'accusa di omicidio volontario pluriaggravato.

Al centro del nuovo impianto accusatorio vi sono la rivalutazione del profilo genetico estratto dalle unghie della vittima e la comparazione della celebre "impronta 33" di calzatura lasciata sul pavimento insanguinato, che secondo i consulenti della Procura risulterebbe compatibile con il numero di piede di Sempio.

Sempio, dal canto suo, continua a respingere ogni addebito intervenendo nei media e definendo la situazione "una follia": la sua difesa sostiene che la traccia biologica sia degradata e irripetibile, contestando la misura delle scarpe e preannunciando memorie difensive contro la richiesta di rinvio a giudizio.

A complicare ulteriormente il quadro vi sono gli approfondimenti paralleli sull'operato degli inquirenti del 2007, tra reperti storici (alcuni dei quali finiti accidentalmente distrutti nel 2016 prima del definitivo via libera della Corte d'Assise), dossier mai allegati al fascicolo originale e intercettazioni familiari entrate di recente negli atti.

Insomma, ci troviamo di fronte a un paradosso giudiziario e mediatico quasi unico: da un lato un uomo che ha quasi finito di scontare una condanna definitiva per l'omicidio; dall'altro un nuovo indagato nei cui confronti la Procura si appresta a chiedere il processo per lo stesso identico reato.

Comunque vada, il caso Garlasco continua a mostrare come le falle e le frammentazioni investigative dei primi giorni abbiano generato un labirinto da cui la giustizia fatica ancora a uscire.

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