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Sabato 17 Ottobre 2026
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Chi tradì Paolo Borsellino? Oggi la perizia sulle 19 bobine disposta dalla Procura di Messina

Chi tradì Paolo Borsellino? Oggi la perizia sulle 19 bobine disposta dalla Procura di Messina

Stamani, a Roma, l’accertamento tecnico irripetibile sulle 19 bobine audio che potrebbero dare una svolta all’inchiesta della Procura di Messina sul depistaggio alla Strage di via d'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta.

Qualche giorno fa, la notizia che 27 anni dopo quel crimine i magistrati messinesi hanno indagato due magistrati: Carmelo Petralia, ex capo della Procura di Ragusa, e Anna Maria Palma: i Pm che gestirono il falso pentito Vincenzo Scarantino. Sono accusati di concorso in calunnia, aggravato dall'avere favorito cosa nostra.

Se accertato, si tratterebbe di un colossale depistaggio, definito uno dei più gravi della storia giudiziaria italiana, venuto fuori dalla sentenza Borsellino quater del 2018.

Le testimonianze dei colleghi di Borsellino al processo

i giudici Alessandra Camassa e Massimo Russo – al tempo della strage giovani magistrati - in corso di interrogatorio, nel 2009, rivelarono un dettaglio importante e mai venuto fuori in 17 annii: “Ricordo - disse Camassa in aula - che il giudice Borsellino si alzò dalla sedia, si distese sul divano manifestando stanchezza e avvilimento, iniziò a lacrimare in modo evidente. E ci disse: “Non posso credere, non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire’. Io e il collega Massimo Russo rimanemmo sorpresi. Ebbi la netta sensazione che quella notizia l’avesse appresa pochissimo tempo prima. Non ebbi la forza di chiedere a chi si riferisse e volli cambiare anzi argomento”.

Quello sfogo, secondo la donna magistrato, sarebbe avvenuto tra il 22 e il 25 giugno, pochi giorni prima del massacro. Dunque, ci sarebbe stato un traditore nella cerchia del giudice assassinato.

Massimo Russo, invece, raccontò in aula di aver chiesto a Borsellino come andassero le cose in Procura, in riferimento alle indagini sull’attentato di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i 3 agenti della scorta. “Qui è un covo di vipere” - rispose Borsellino a Russo -.

Ma Borsellino sapeva e dimostrava di sapere. Il 25 giugno, in occasione del suo ultimo discorso pubblico alla Biblioteca comunale di Palermo, il magistrato disse: “In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Questi elementi che io porto dentro di me debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone”.

Non si seppe mai se i fatti di cui parlava furono riferiti, di certo nessuna convocazione ufficiale per Borsellino da parte della Procura di Caltanissetta (che indagava sulla strage di Capaci), retta al tempo da Giovanni Tinebra, del quale il falso pentito Scarantino parlò nelle sue dichiarazioni, lanciando sospetti sul suo operato.

La gestione di Scarantino, e di altri falsi collaboratori di giustizia, fu affidata da Tinebra ad Arnaldo La Barbera (ex capo della Squadra Mobile di Palermo, sul libro paga del Sisde con il nome in codice Rutilius).

Quando parlò Agnese Borsellino

La moglie di Borsellino, Agnese, raccontò in aula che il marito le aveva detto: “Ho visto la mafia in diretta”, e che “il generale Subranni è punciutu“ - cioè affiliato alla mafia -. “Era sbalordito, ma lo disse con tono assolutamente certo, senza svelarmi la fonte. Aggiunse che quando glielo avevano detto era stato tanto male da avere avuto conati di vomito. Per lui l’Arma dei Carabinieri era intoccabile”.

Antonio Subranni era a capo del ROS nel ’92, e come Mario Mori è stato condannato in 1° grado nel processo Trattativa a 12 anni di reclusione.

Poi, da Agnese Borsellino, la testimonianza più agghiacciante: “Ricordo perfettamente che sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”.

I nuovi imputati

Accusati di depistaggio, adesso ci sono tre poliziotti sotto processo: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Per i Pm avrebbero gestito le dichiarazioni di Scarantino, il falso pentito costruito a tavolino che sostiene di essere stato imbeccato dai poliziotti e da alcuni Pm ad autoaccusarsi della strage, pur essendo innocente.

L’accertamento tecnico sulle 19 bobine audio, in corso oggi a Roma, potrebbe far luce sul depistaggio e sulle ‘verità’ di Scarantino.

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